MUSEI > MUSEO BERNAREGGI > IL PALAZZO
Breve storia del palazzo
Prima ancora di essere un episodio di rilievo nel panorama artistico della Bergamo di primo Cinquecento, la storia della decorazione pittorica e scultorea del palazzo è innanzitutto la vicenda privata di un ramo della famiglia Cassotti, quello proveniente da Mazzoleni, in Valle Imagna, che molto rapidamente aveva fatto fortuna economica nella vendita dei pannilana, intrecciando rapporti commerciali in numerose località italiane e straniere: Pesaro, Bari, Napoli, Trani, Benevento, Alessandria d’Egitto, fino al Cairo.
I figli di Bertulino Cassotti, Bartolomeo e Zovanino, e i loro cugini Paolo e Zovanino - figli di Antonello - si erano trasferiti a Bergamo, nella vicinia di San Giovanni dell’Ospedale, costruendo abitazioni confinanti affacciate sull’attuale via Pignolo.
Il clan famigliare era rimasto profondamente unito e sodale, dimostrando scelte culturali affini: a partire dal 1500 Paolo stava trafficando per ristrutturare la casa appena acquistata, mentre pochi anni dopo il fratello Zovanino faceva edificare un palazzo - già terminato nel 1515 - a uno dei figli del celebre architetto Alessio Agliardi (Antonio o Bonifacio), visitato e puntualmente ricordato dal patrizio veneziano Marcantonio Michiel, in visita a Bergamo intorno al 1525 (che ne lascerà memoria nelle sue Notizie d'opere di disegno).
Anche l’abitazione di Bartolomeo e Zovanino (l’edificio che attualmente ospita il Museo Adriano Bernareggi) era stata eretta nello stesso giro d’anni da un architetto di fama, Pietro Isabello, e già nel 1514 la “pulcherrima domus” è detta “noviter constructa”.

Dopo meno di un decennio i due fratelli si accordavano sulla divisione della casa: a Bartolomeo era spettata “tuta la fabrica nova quanto capissono le colonne et comprendendo la corte de dreto con lo mazorino et quella loza per longo fin sopra lo orto”.
Zovanino si era dovuto accontentare di una parte della “casa vechia”, che fiancheggiava l’edificio dell’Isabello, oltre che della “casa de valdemagna”.
Che la “pulcherrima domus” sia stata da una certa epoca in avanti l’abitazione del solo Bartolomeo è confermato dalle iniziali scolpite sulle colonne del porticato e dallo stemma dei Masnada -ovvero quello della moglie di Bartolomeo, Camilla Masnada dei Personeni - che compare in uno dei medaglioni affrescati sul lato del giardino.

L’aspetto fisico dei due fratelli -Bartolomeo e Zovanino- si intuisce bene dai busti ritratti che occhieggiano, all’interno del cortile, dagli oculi posti sopra le porte laterali. Più che la fisionomia brutalmente caricata dei volti colpisce il fatto che i due commercianti si siano fatti ritrarre con degli abiti all’antica.
D’altronde anche il cugino omonimo Zovanino Cassotti si era fatto rappresentare sempre con costumi all’antica in un tondo monocromo attualmente conservato alla Pinacoteca Vaticana, creduto da Jacob Burckhardt nientemeno che il ritratto di Bramante. Rappresentazioni di questo genere hanno corso nell’Italia del primo Cinquecento, tuttavia qui si assiste ad una appropriazione dichiaratamente anti-filologica del modello antico, anzi se ne dà una traduzione fortemente caratterizzata, segnata da umori lombardi.
I busti di Bartolomeo e Zovanino si inseriscono in un programma iconografico di forte connotazione antiquaria. Ai lati di ognuna delle tre porte compaiono profili di uomini laureati e non, ispirati a monete e a traduzioni incisorie che divulgavano le effigi di personaggi antichi o di imperatori romani.

Alle basi degli stipiti delle finestre sono scolpite delle formelle con episodi mitologici o allegorici, desunti da modelli di arte minore, alcuni facilmente riconoscibili. L’episodio di Caco che ruba le giovenche a Ercole deriva infatti da una celebre placchetta firmata dal Moderno, parte di una serie che precede sicuramente il 1507. Anche i modelli per il Cupido dormiente e per il Giudizio di Paride sono riconducibili a placchette che ebbero circolazione a partire dai primissimi anni del Cinquecento.
L’autore della decorazione scultorea è da riconoscere in Donato Fantoni, personaggio noto per il monumento sepolcrale di Agostino e Caterina Tasso in Santo Spirito a Bergamo, realizzato nel 1511.

Un orientamento culturale affine si riscontra nella decorazione pittorica di primo Cinquecento, in particolare nel ciclo delle tredici lunette affrescate nella saletta a piano terra verso il giardino. Nonostante siano state strappate nel 1939 (e da allora mai più rintracciate) esse sono ancora parzialmente leggibili.
Comunque ci confermano gli indirizzi di gusto antiquario già manifestato dai committenti nella decorazione plastica del palazzo. Infatti tutte le invenzioni che illustrano le lunette sono state tratte da modelli incisori e nella quasi totalità dei casi si rifanno a soggetti mitologici, ad esclusione dell’episodio della Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Ignoriamo l’identità del pittore che ha realizzato questo ciclo, sicuramente lo stesso che ha dipinto le sale al piano terra del vicino palazzo all’attuale numero civico 72 di via Pignolo, appartenuto ai cugini Cassotti (Paolo e Zovanino), e in una sala all’ultimo piano della casa dell’Arciprete.

La porzione di edificio appartenuta originariamente a Bartolomeo Cassotti sarà profondamente trasformata nel corso dei secoli, durante i passaggi di proprietà dell’immobile. In particolare nel corso del Settecento i Mosconi modificarono il corpo di fabbrica che dà sulla via Pignolo, costruirono il vano scale sulla destra del cortile interno e edificarono il mezzanino all’ultimo piano. Anche l’apparato decorativo di alcune sale venne aggiornato secondo i nuovi canoni della decorazione neoclassica, particolarmente apprezzabili nel salone d’onore del palazzo.